Rischi climatici e ambientali: le aspettative della Banca d’Italia per gli intermediari non bancari
La Banca d’Italia ha recentemente pubblicato (agosto 2025) un report che fa il punto sull’integrazione dei rischi climatici e ambientali da parte degli intermediari non bancari, mettendo in luce i progressi compiuti e individuando nuove buone prassi emerse dal monitoraggio in corso. Già a fine 2022 Bankitalia aveva chiesto a tutti questi intermediari (società finanziarie ex art.106 TUB, istituti di pagamento, IMEL, SGR, SIM) di trasmettere un piano d’azione con interventi programmati e relative tempistiche per allinearsi gradualmente alle Aspettative di Vigilanza sui rischi ESG, con termine fissato entro il 2025 A metà 2025, oltre il 60% degli intermediari monitorati risulta in linea con la tabella di marcia del proprio piano, ma emergono differenze settoriali marcate: i gestori del risparmio (SGR) sono i più avanzati, con circa 80% delle società del campione che procede secondo i tempi previsti. Di contro, tra SIM, istituti di pagamento/IMEL e società finanziarie la quota di operatori “in linea” con gli obiettivi scende al di sotto del 60%, spesso a causa di ritardi e di informazioni aziendali poco chiare sullo stato di attuazione delle misure previste. Di seguito esaminiamo le principali criticità rilevate e le buone prassi raccomandate per ciascuna tipologia di intermediario, in modo che ogni operatore possa identificare rapidamente eventuali gap rispetto alle aspettative della Vigilanza.
SGR – Società di Gestione del Risparmio
Le SGR risultano nettamente in vantaggio nell’allineamento alle aspettative della Banca d’Italia. Oltre 80% delle SGR monitorate sta implementando il proprio piano d’azione nei tempi stabiliti (in alcuni casi anticipando gli obiettivi e realizzando più iniziative del previsto). Questa prontezza si riflette in una serie di buone prassi già adottate da molte SGR. Ad esempio, governance e organizzazione sono state adeguate: numerose SGR hanno condotto gap analysis interne e aggiornato le normative aziendali per integrare i fattori ESG, definendo chiaramente responsabilità e compiti dei comitati manageriali e delle nuove funzioni ESG introdotte, a supporto degli organi amministrativi. In tutte le SGR del campione sono stati nominati dei referenti per la sostenibilità (in alcuni casi il ruolo è assunto direttamente dall’Amministratore Delegato) che riferiscono periodicamente al CdA, e/o sono stati istituiti specifici comitati rischi climatici e ambientali per presidiare questi temi. Parallelamente, si è rafforzato il sistema di reporting interno verso il management e i board: vengono ora monitorati KPI dedicati ai rischi ESG e le funzioni di compliance e internal audit formulano raccomandazioni e verifiche sul processo. Anche la formazione interna è stata potenziata: molte SGR hanno avviato programmi formativi periodici per dipendenti e consiglieri, con sessioni focalizzate sui rischi climatici, e in un caso è stata prevista una comunicazione annuale a tutto il personale sull’importanza di prevenire i rischi ambientali.
Dal punto di vista strategico e del modello di business, le SGR stanno integrando gli obiettivi di sostenibilità lungo l’intera catena del valore. Diverse società (specie tra i maggiori gestori) hanno sposato formalmente i principi ESG nelle proprie strategie, con un focus dichiarato sulla transizione verso la neutralità climatica dei portafogli gestiti entro il 2050. Ciò si traduce, ad esempio, nell’aggiornamento delle procedure di investimento per includere considerazioni di sostenibilità ambientale e criteri di azionariato attivo: alcune SGR hanno introdotto strategie di engagement e voto sulle partecipazioni in portafoglio su tematiche ESG, privilegiando l’investimento in emittenti impegnati a ridurre le emissioni di carbonio. Inoltre, le SGR sono state pioniere nell’innovazione di prodotto in chiave sostenibile: molte hanno ampliato la gamma con fondi classificati articolo 8 o 9 SFDR (i cosiddetti prodotti light green o dark green secondo il regolamento UE). Si tratta di fondi e linee di gestione che promuovono caratteristiche ambientali/sociali o hanno obiettivi di investimento sostenibile espliciti, in piena coerenza con la normativa SFDR (artt. 8 e 9). Un’ulteriore buona prassi in ambito strategico è l’aggiornamento delle policy di product governance: ad esempio c’è chi ha formalizzato una procedura per valutare i rischi e impatti ESG prima del lancio di ogni nuovo prodotto, compilando una Scheda Prodotto da sottoporre all’organo decisionale. In questo modo, gli aspetti ambientali e sociali vengono considerati fin dalla fase di disegno dei prodotti finanziari.
Anche sul fronte della gestione dei rischi, le SGR mostrano i progressi maggiori. Presso quasi tutte, il risk framework è stato aggiornato per includere i rischi di sostenibilità: i rischi climatici e ambientali sono stati mappati sia nell’ambito dei rischi d’impresa sia rispetto ai portafogli gestiti, e sono stati sviluppati approcci metodologici per valutarne la materialità. In pratica, molte SGR hanno già completato l’analisi di materialità dei rischi ESG, identificando i possibili eventi/scenari di rischio climatico rilevanti per le proprie attività. Alcune hanno anche introdotto limiti operativi nei sistemi di monitoraggio del rischio di portafoglio per tenere sotto controllo l’esposizione a fattori climatici: ad esempio, c’è chi utilizza soglie sul carbon footprint dei portafogli, punteggi ESG minimi, liste di esclusione settoriale e percentuali minime di investimenti sostenibili, monitorando questi indicatori con cadenza frequente (anche settimanale) tramite appositi tool interni. Sul piano quantitativo, si cominciano a vedere esercizi avanzati di stress test climatico: un intermediario, ad esempio, ha stimato le perdite potenziali per la propria attività nell’eventualità dell’introduzione di una carbon tax sulle emissioni, integrando criteri e risultati di questo scenario nell’ICAAP. Infine, va notato che le SGR sono all’avanguardia anche nella raccolta di dati ESG: per poter misurare e gestire i rischi ambientali, molti gestori stanno raccogliendo dati non finanziari dalle società partecipate (ad es. chiedendo a queste ultime di compilare questionari ESG o fornire indicatori di impatto ambientale). Tali informazioni vengono poi utilizzate sia per orientare le scelte di investimento sia per il reporting di sostenibilità (spesso confluiscono nel Bilancio di Sostenibilità del gestore).
In sintesi, le SGR presentano un quadro generalmente positivo e ricco di buone prassi da seguire. Le aree da presidiare rimangono comunque l’ulteriore formalizzazione di questi presidi (assicurando che ogni SGR, anche di piccole dimensioni, abbia implementato almeno gli elementi chiave richiesti dalla Vigilanza) e il consolidamento nel tempo delle iniziative intraprese. Ad esempio, dove non fosse ancora avvenuto, si può puntare a: integrare gli obiettivi ESG anche nelle politiche di remunerazione (diverse SGR hanno già aumentato il peso dei target di finanza sostenibile nei bonus di breve e lungo termine), mantenere aggiornati i sistemi di risk management man mano che migliorano dati e metodologie, e affinare progressivamente la disclosure verso gli investitori. Proprio sul fronte disclosure, infatti, le SGR guidano il cambiamento: molte hanno adeguato i siti web, la documentazione d’offerta e le informative periodiche dei prodotti per includere informazioni sull’impatto dei rischi climatici, in linea con il regolamento SFDR. Un intermediario che operi nel risparmio gestito dovrebbe quindi verificare di aver attuato misure analoghe. Se, ad esempio, la propria SGR non dispone ancora di un referente ESG o non offre alcun prodotto sostenibile, questi elementi rappresentano probabili gap da colmare rispetto alle aspettative della Banca d’Italia.
SIM – Società di Intermediazione Mobiliare
Le SIM presentano nel complesso un livello di avanzamento inferiore rispetto alle SGR. Solo circa 46% delle SIM del campione risultano in linea con le tempistiche dei rispettivi piani d’azione, mentre un quarto circa accusa ritardi e per il restante 29% non vi sono informazioni sufficienti a valutarne lo stato di attuazione. Questa situazione è in parte dovuta alla forte eterogeneità del comparto. Da un lato troviamo alcune SIM di maggiori dimensioni o appartenenti a gruppi più strutturati, che hanno incorporato in modo significativo gli aspetti ESG nel proprio modello di business; dall’altro, molte SIM più piccole e non interconnesse faticano a inquadrare i rischi climatici come rilevanti per la loro operatività. Gran parte delle SIM minori ad oggi attribuisce un ruolo marginale ai temi ESG nella strategia aziendale, ritenendo (probabilmente a torto) di non dover rivedere il proprio business model sulla base di questi fattori. In pochi casi tali operatori hanno avviato iniziative concrete in materia: solo alcune SIM di nicchia hanno lanciato nuove linee di servizi o soluzioni di investimento con un esplicito focus ESG. Questa resistenza al cambiamento rappresenta una criticità importante, poiché le Aspettative di Vigilanza si applicano a tutti gli intermediari, indipendentemente dalla taglia o dal volume di attività. Pertanto, anche una piccola SIM dovrebbe interrogarsi su come integrare i rischi climatici nei propri processi, quantomeno in forma proporzionata alla propria operatività.
D’altro canto, si segnalano anche buone prassi tra le SIM, soprattutto quelle con operatività più ampia. Nei casi in cui le SIM offrono servizi di trading, gestione patrimoniale o consulenza di investimento su larga scala, l’integrazione di prospettive ESG risulta più accentuata. Ad esempio, alcune SIM hanno sviluppato linee di gestione “light green” conformi all’art. 8 SFDR, offrendo ai clienti portafogli con caratteristiche di sostenibilità ambientale o sociale. Inoltre, laddove la SIM svolga gestioni individuali di portafoglio, una buona prassi emersa consiste nell’includere indicatori ESG nella comunicazione con i clienti: ciò significa presentare, nella fase di proposta d’investimento e nel reporting periodico, specifici indicatori sul profilo di sostenibilità dei portafogli (es. punteggi ESG, impronta di carbonio, esposizione settoriale ai combustibili fossili, ecc.), In questo modo il cliente è consapevole delle caratteristiche ambientali/sociali dei prodotti consigliati e dei risultati raggiunti nel tempo, in linea con l’approccio di trasparenza promosso dalla normativa europea.
Sul piano organizzativo, anche tra le SIM si riscontra l’adeguamento delle strutture di governance: molte hanno designato un referente interno per i temi ESG (spesso una figura già esistente con ruolo ampliato, ad esempio nel risk management o nella compliance) e alcune hanno costituito comitati o gruppi di lavoro dedicati. Tuttavia, se la vostra SIM non ha ancora identificato chiaramente chi è responsabile in materia di rischi climatici e sostenibilità, ciò costituisce un gap rispetto alle prassi consolidate. Un altro elemento da verificare è l’integrazione dei rischi ESG nel framework di rischio: intermediari più avanzati hanno esteso i propri indicatori e limiti interni per monitorare, ad esempio, la quota di investimenti “brown” (ad alto impatto carbonico) nei portafogli della clientela o l’esposizione verso emittenti con basso rating ESG. Anche il perimetro di attività va tenuto presente: alcune SIM, specialmente quelle concentrate su pochi servizi e con clientela limitata, potrebbero effettivamente riscontrare una bassa materialità dei rischi climatici. In questi casi sarà importante documentare le valutazioni fatte (materiality assessment) a supporto delle proprie conclusioni, per poterle motivare in sede di dialogo con la Vigilanza. In sintesi, per le SIM la parola d’ordine è proporzionalità: le buone prassi di settore mostrano che anche realtà non bancarie piccole possono (e devono) adottare misure di base – ad esempio, definire una policy ESG interna, formare il management sui rischi emergenti, pubblicare almeno una dichiarazione sul proprio impegno in tema di sostenibilità – così da dimostrare il progressivo allineamento alle aspettative della Banca d’Italia.
IP e IMEL – Istituti di Pagamento e Istituti di Moneta Elettronica
Gli istituti di pagamento (IP) e gli IMEL rappresentano un insieme eterogeneo, ma in generale rivelano un certo ritardo nell’adeguamento rispetto ai rischi climatici. Solo metà circa degli IP/IMEL analizzati risulta in linea con il proprio piano d’azione, mentre il restante 50% si divide tra situazioni di ritardo e casi in cui la Banca d’Italia non ha potuto determinare lo stato di avanzamento per mancanza di informazioni chiare, Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: in molti piani d’azione di IP/IMEL mancano indicazioni precise sulle tempistiche di implementazione delle misure previste, così come risultano carenti le informazioni fornite sui progressi effettuati. In pratica, diversi intermediari di questo tipo hanno presentato piani generici e poi non hanno rendicontato in modo dettagliato le azioni intraprese. Ciò rappresenta una criticità sia sul piano sostanziale (possibile mancanza di avanzamenti concreti) sia sul piano comunicativo verso la Vigilanza. Un primo passo per gli IP/IMEL in ritardo consiste quindi nel colmare i gap informativi: occorre definire chiaramente le scadenze per ciascuna iniziativa del piano climatico e monitorarne l’attuazione, per poter rendere conto in trasparenza dei risultati (anche attraverso report interni o comunicazioni periodiche a Banca d’Italia).
Dal punto di vista organizzativo, anche tra IP e IMEL si rilevano esempi virtuosi da seguire. Pur essendo spesso realtà di minori dimensioni, alcune hanno attribuito formalmente responsabilità ESG al proprio management. Un caso citato nel report riguarda un IP che ha nominato un Sustainability Manager all’interno della struttura, individuandolo nel responsabile della funzione rischi (Risk Manager). Questa soluzione può essere replicata da altri IP/IMEL: non è necessario creare uffici dedicati ex novo, ma è importante identificare chiaramente un referente interno per il tema della sostenibilità ambientale, in modo che ci sia chi raccoglie le istanze ESG e le porta all’attenzione del vertice (idealmente con report periodici al CdA, analogamente a quanto avviene nelle SGR). Un’altra buona prassi organizzativa è la costituzione di task force multidisciplinari sul clima: in alcuni intermediari sono stati creati gruppi di lavoro trasversali (coinvolgendo personale di rischi, IT, operations, ecc.) con il compito di guidare l’integrazione dei rischi climatici nella strategia e nei processi aziendali. Queste task force si riuniscono regolarmente per monitorare i progetti ESG interni e promuovere iniziative di sostenibilità (dalla riduzione dell’impronta ambientale delle attività quotidiane – ad es. Green Day aziendali per incentivare comportamenti eco-friendly – fino alla selezione di fornitori locali e all’adozione di modelli di lavoro agile per ridurre emissioni). L’istituzione di un gruppo dedicato ai temi ESG aiuta a mantenere alta l’attenzione e a diffondere la cultura della sostenibilità anche in realtà aziendali più piccole.
Per quanto riguarda il modello di business, l’impatto dei rischi climatici sul core business di IP e IMEL può sembrare indiretto (trattandosi principalmente di servizi di pagamento digitali). In effetti, la maggior parte degli operatori si sta concentrando più sugli aspetti di operational risk e continuità operativa che su una riconfigurazione del modello di offerta. Tuttavia, anche in questo ambito emergono buone prassi: ad esempio, diversi istituti stanno adottando misure per ridurre la propria impronta ambientale operativa (un caso citato è l’implementazione di data server “green” alimentati al 100% da fonti rinnovabili, per abbattere i consumi energetici dei sistemi informativi). Sul versante commerciale, alcuni IP stanno iniziando a valorizzare la sostenibilità come elemento di marketing e servizio – ad esempio segnalando ai clienti l’utilizzo di energie rinnovabili per le proprie infrastrutture, o sviluppando funzionalità che permettano agli utenti di calcolare la carbon footprint delle transazioni effettuate (queste ultime iniziative sono ancora pionieristiche, ma indicano la direzione verso cui il settore potrebbe muoversi).
In tema di gestione dei rischi, gli IP/IMEL dovrebbero focalizzarsi sull’integrazione dei rischi ambientali nel proprio sistema di risk management, soprattutto relativamente al rischio operativo e reputazionale. Alcuni hanno già compiuto passi significativi: una società di pagamento ha mappato in dettaglio la localizzazione dei propri sportelli ATM in relazione agli indici di rischio ambientale dell’area, per identificare gli sportelli potenzialmente esposti a eventi fisici (es. alluvioni) e prevedere misure di mitigazione. Un IMEL ha invece sviluppato una “heatmap” di materialità dei rischi climatici, integrando questi ultimi nelle categorie di rischio tradizionali e valutandoli secondo tre dimensioni (pericolosità degli eventi, esposizione delle proprie attività, vulnerabilità delle strutture) con aggiornamento periodico della mappa. Si tratta di approcci molto avanzati, che mostrano come anche gli intermediari specializzati in pagamenti possano individuare i punti di vulnerabilità legati al clima (ad esempio, la dipendenza da sedi fisiche o infrastrutture in zone a rischio) e adottare contromisure basate su dati. Un suggerimento pratico per IP e IMEL è di creare database interni con dati ambientali rilevanti: c’è chi ha iniziato a raccogliere dati sulle proprie sedi (ad es. ottenendo dall’ISPRA informazioni sul rischio idrogeologico e sismico delle zone in cui operano) e chi addirittura ha integrato nei sistemi informatici gestionali la registrazione sistematica di indicatori “verdi” (consumi energetici, emissioni evitate, ecc.). Queste iniziative facilitano sia la valutazione continua dei rischi operativi fisici, sia la rendicontazione di sostenibilità.
Infine, per quanto riguarda la disclosure esterna, gli IP e IMEL risultano mediamente meno strutturati rispetto ad altri intermediari, ma anche qui si notano progressi. La trasparenza verso il mercato su come l’intermediario affronta i rischi climatici sta diventando un tema sempre più presente: sebbene questi soggetti non siano tenuti a pubblicare un’informativa prudenziale di Terzo Pilastro (applicabile invece alle banche e alle SIM più grandi), molte iniziano a dedicare una sezione del proprio sito web agli impegni ESG. Il sito internet aziendale è di fatto lo strumento principale attraverso cui IP e IMEL comunicano le proprie performance ambientali e sociali. Alcuni inseriscono nei bilanci annuali un capitolo sulle iniziative “green” intraprese (es. compensazione emissioni, politiche di riduzione della plastica in ufficio, ecc.), oppure pubblicano piccole dichiarazioni non finanziarie volontarie. Se la vostra organizzazione non ha ancora divulgato nulla in materia di sostenibilità, è opportuno farlo quanto prima: anche un breve report o comunicato sul sito, che illustri le politiche ambientali interne e riconosca i rischi climatici rilevanti per il business, può rappresentare un segnale positivo verso l’esterno e verso la stessa Vigilanza.
Società finanziarie ex art. 106 TUB
Le cosiddette “società finanziarie” (intermediari finanziari non bancari iscritti all’albo ex art.106 TUB, come ad esempio società di leasing, factoring, credito al consumo, confidi non bancari, ecc.) mostrano un livello di adeguamento intermedio: meglio delle SIM e degli IP/IMEL, ma ancora non ai livelli delle SGR. Circa 57% di queste società risulta in linea con le tempistiche previste dal proprio piano di azione, mentre un 14% registra ritardi e per il restante 29% non è stato possibile determinare lo stato di avanzamento (in genere per mancanza di informazioni adeguate). Interessante notare che, secondo la Banca d’Italia, non vi sono differenze significative di performance tra i vari sotto-settori di questo comparto: in altre parole, società di leasing, di credito al consumo, di gestione crediti, ecc. presentano situazioni abbastanza analoghe tra loro in termini di progressi (o ritardi) nell’integrazione dei rischi climatici.
Dal lato delle criticità, vale per molti intermediari finanziari quanto già detto per le SIM minori: la percezione dei rischi ESG non sempre è concreta. Alcune realtà focalizzate su business tradizionali (es. credito al consumo non finalizzato) possono essere tentate di considerare i rischi climatici come estranei al proprio core business. In realtà, anche queste società sono esposte – sebbene indirettamente – a potenziali impatti: ad esempio, pensiamo a chi eroga prestiti garantiti da immobili o leasing su beni durevoli. I beni posti a garanzia potrebbero deprezzarsi più rapidamente se non rispettano standard ambientali (si pensi a immobili con bassa efficienza energetica, o a veicoli con motori inquinanti soggetti a future restrizioni). Inoltre, sul piano del rischio di credito, la transizione a un’economia verde può influire sulla solvibilità dei clienti in certi settori (basti pensare ai cambiamenti normativi sulle emissioni che impattano il settore automotive, o ai costi per adeguare impianti produttivi energivori). Dunque, ignorare i fattori ESG può lasciare scoperti alcuni profili di rischio. A questo proposito, il report Banca d’Italia segnala che molte società finanziarie hanno aggiornato le proprie mappature di rischio proprio per quantificare la materialità dei rischi climatici e ambientali sul loro portafoglio d’attività. Se la vostra società non ha ancora rivisto il risk mapping includendo questi elementi, si tratta di un intervento prioritario da pianificare. Un altro punto da verificare è l’integrazione dei rischi climatici nei processi ICAAP (per gli intermediari che devono svolgerlo): solo una parte degli operatori, infatti, ha già formalizzato nei propri ICAAP un’analisi dei rischi climatici con l’identificazione dei canali di trasmissione e l’impatto potenziale sugli indicatori di patrimonializzazione. Chi non l’avesse ancora fatto dovrebbe prevedere questa analisi al prossimo esercizio ICAAP, magari ispirandosi alle buone prassi già emerse (ad es. alcuni hanno incorporato scenari di stress specifici, come visto sopra, per misurare il possibile incremento delle perdite attese su crediti in portafoglio in caso di carbon tax o di altri shock normativi di transizione).
Sul fronte delle buone prassi, nelle società finanziarie si riscontra un crescente dinamismo nell’adattare prodotti e processi alla svolta sostenibile. Molti operatori stanno ampliando l’offerta commerciale con prodotti finanziari “verdi”. Ad esempio, alcune società di credito al consumo offrono prestiti a tassi agevolati per l’acquisto di beni ad alta efficienza energetica (come veicoli elettrici, impianti fotovoltaici domestici, elettrodomestici classe A+++), mentre diversi player del leasing propongono formule specifiche per impianti e macchinari industriali a ridotto impatto ambientale. In generale, nel settore finanziario si assiste a un rafforzamento della promozione di prodotti green per soddisfare la nuova domanda della clientela sensibile alla sostenibilità. Come visto, alcune di queste iniziative sono state mappate anche tra le buone prassi: ad esempio l’introduzione, da parte di società di leasing, di linee di finanziamento dedicate a beni che rispettano determinate caratteristiche ESG (veicoli a basse emissioni, macchinari con certificazioni ambientali, ecc.). Se la vostra società non ha ancora valutato l’aggiornamento del catalogo prodotti in questa direzione, potrebbe perdere opportunità di mercato oltre a rimanere indietro rispetto alle aspettative degli stakeholder.
Anche nell’organizzazione interna del rischio si notano best practice interessanti: alcune finanziarie hanno sviluppato propri dataset interni per tracciare parametri ambientali sui beni finanziati. Ad esempio, c’è chi ha creato un database di tutte le certificazioni energetiche (APE) relative agli immobili accettati in garanzia, oppure chi raccoglie sistematicamente i dati tecnici dei veicoli concessi in leasing (alimentazione, emissioni, consumi) tramite le carte di circolazione, o ancora chi registra la geolocalizzazione precisa dei macchinari finanziati, così da poter valutare l’esposizione geografica a rischi fisici (alluvioni, terremoti). Tali dati, opportunamente integrati nei sistemi gestionali, permettono di monitorare e controllare i rischi climatici nel tempo e di arricchire le analisi di portafoglio. Un altro esempio di buona prassi è l’adozione di score ambientali nel processo creditizio: alcuni intermediari hanno iniziato a utilizzare, in aggiunta ai tradizionali indicatori di rating e merito creditizio, uno score ESG del cliente fornito da info-provider specializzati, che misura la rischiosità ambientale dell’impresa finanziata. Questo punteggio contribuisce al monitoraggio continuo del rischio di credito e viene sottoposto a controlli qualità periodici, assicurando che eventuali peggioramenti nel profilo ambientale del debitore siano colti per tempo. Integrando tali strumenti, le finanziarie possono affinare la valutazione del rischio e dimostrare un approccio proattivo alla gestione dei rischi climatici.
Infine, si registra qualche passo avanti anche nell’allineare le politiche di remunerazione agli obiettivi di sostenibilità, in parallelo a quanto fatto dalle SGR. Alcune società finanziarie hanno iniziato a introdurre indicatori ESG nei sistemi premianti, legando una parte del compenso variabile del management al raggiungimento di target di sostenibilità prefissati. Per esempio, potrebbero essere previsti bonus al raggiungimento di una certa percentuale di portafoglio “verde” erogato in un anno, oppure obiettivi legati alla riduzione dell’impronta di carbonio delle attività finanziate. Questa pratica, sebbene non ancora diffusa, è incoraggiata in quanto allinea gli incentivi del personale con gli impegni dichiarati nel piano d’azione sui rischi climatici. Dal punto di vista della trasparenza esterna, molte finanziarie stanno iniziando a comunicare al mercato come incorporano i fattori ESG: i documenti privilegiati sono il bilancio d’esercizio (dove spesso compare una sezione dedicata alla sostenibilità) e, per quelle parte di gruppi bancari o emittenti di titoli, le relazioni finanziarie consolidate e i report di Terzo Pilastro. La Banca d’Italia sottolinea che è in costante aumento il numero di società finanziarie che pubblicano un’informativa sulla rilevanza dei rischi climatici per la propria attività. Questo trend mostra come la divulgazione non finanziaria sia destinata a diventare parte integrante della comunicazione societaria anche per gli intermediari vigilati non bancari. In concreto, ogni società finanziaria dovrebbe dotarsi almeno di un set minimo di indicatori (ad es. esposizione creditizia verso settori ad alto impatto ambientale, emissioni di CO₂ evitate grazie ai finanziamenti concessi, ecc.) da rendere noti periodicamente, così da permettere a investitori e stakeholders di valutare l’impegno ESG dell’azienda.
Conclusioni e raccomandazioni pratiche
Dall’analisi della Banca d’Italia emerge chiaramente che l’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali non è più un esercizio teorico, ma un obbligo concreto per tutti gli intermediari finanziari non bancari. Sebbene alcuni settori – come le SGR – abbiano già compiuto passi significativi, altri risultano ancora indietro. Il 2025, termine fissato per l’allineamento alle aspettative di Vigilanza, è ormai alle porte, e la stessa Banca d’Italia ha avvisato che sta intensificando il dialogo e il monitoraggio soprattutto verso quei soggetti in ritardo sulle tappe previste. Diventa quindi fondamentale che ogni intermediario effettui un’autovalutazione approfondita della propria posizione e si attivi prontamente per colmare eventuali lacune. Vale la pena ricordare che le buone prassi individuate da Bankitalia sono indicative e non esaustive: ciascuna organizzazione dovrà valutare quali soluzioni siano più coerenti con il proprio modello di business e commisurate alla materialità dei rischi climatici a cui è effettivamente esposta. Di seguito proponiamo alcune raccomandazioni pratiche – formulate come domande di self-assessment – utili a verificare il grado di allineamento della propria struttura alle aspettative di Vigilanza sui rischi climatici e ambientali:
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Piano d’azione e governance: la vostra organizzazione ha definito un piano d’azione ESG con obiettivi chiari e scadenze entro il 2025? Esiste un referente (o comitato) formalmente incaricato di sovrintendere a tale piano e di riportarne l’avanzamento al CdA? In caso negativo, occorre assegnare quanto prima responsabilità precise a livello di governance.
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Strategia e modello di business: avete valutato come i cambiamenti climatici e la transizione ecologica possono influire sul vostro business model? È stata effettuata una materiality analysis per identificare rischi e opportunità ESG rilevanti per la vostra operatività? Ad esempio, le vostre linee di prodotto/servizio tengono conto della crescente domanda di soluzioni sostenibili (es. fondi articolo 8/9 SFDR, finanziamenti “green”) Se alcune di queste considerazioni sono assenti, è probabile che la strategia aziendale debba essere rivista in chiave ESG.
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Integrazione nei processi e nel risk management: i rischi climatici sono mappati e integrati nel vostro sistema di gestione dei rischi? Avete aggiornato le procedure interne (es. di credito, investimento, operazioni) per includere la valutazione di rischi/opportunità ambientali? Sono stati definiti indicatori di rischio ESG o limiti operativi (ad es. esposizione a settori ad alto impatto, punteggio ESG medio del portafoglio) per monitorare nel continuo la situazione? In caso contrario, conviene pianificare quanto prima questi adeguamenti procedurali.
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Dati e strumenti analitici: disponete dei dati necessari per valutare i vostri rischi climatici? Ad esempio, raccogliete informazioni sulle caratteristiche energetiche/ambientali degli asset finanziati (immobili, veicoli, impianti) e sui profili ESG dei vostri clienti corporate Avete accesso a banche dati, servizi di scoring o consulenze specialistiche per quantificare l’impatto di eventi climatici estremi o normative ambientali sul vostro portafoglio? Se la risposta è negativa, considerate di investire in strumenti di data collection e analisi (anche partendo da fonti pubbliche, come i dati ISPRA per la valutazione dei rischi fisici sulle vostre sedi).
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Formazione e cultura interna: il personale e i vertici sono adeguatamente formati sui temi ESG? Avete svolto sessioni formative o diffuso linee guida interne sul perché i rischi climatici sono importanti per la vostra attività? Una cultura aziendale della sostenibilità è fondamentale per implementare con successo le misure previste dal piano d’azione.
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Trasparenza e comunicazione esterna: state comunicando all’esterno il vostro impegno in materia climatica? Avete aggiornato il sito web o il bilancio aziendale con informazioni sul modo in cui gestite i rischi ambientali e sulle iniziative sostenibili intraprese? Una divulgazione chiara (pur nella proporzione adeguata alla vostra dimensione) non solo vi aiuta a rispondere alle aspettative dei regolatori, ma rafforza anche la fiducia di clienti e investitori.
In conclusione, il messaggio della Banca d’Italia è chiaro: tutti gli intermediari non bancari devono attivarsi per integrare i rischi climatici e ambientali nei propri processi decisionali. Chi ha già fatto passi avanti – come molte SGR – offre degli esempi concreti di ciò che funziona. Chi invece riscontra dei gap, non deve attendere oltre: il 2025 è vicino e l’autorità di Vigilanza si aspetta risultati tangibili. Implementare le buone prassi descritte (adattandole al proprio contesto operativo) non è solo una compliance da assolvere, ma un investimento sul futuro della propria organizzazione. Come evidenziato, un approccio proattivo a questi rischi può tradursi in benefici competitivi, nuove opportunità di business e una maggiore resilienza di lungo periodo. Ogni intermediario è quindi chiamato a fare la propria parte, assicurandosi che la gestione dei rischi climatici diventi parte integrante del DNA aziendale.